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Due toscani conquistano Londra

Non è andata tanto bene all’Italia ai mondiali di calcio, quest’anno, ma se distogliamo l’attenzione da quel campo verde, e pensiamo al verde più vero, ci sarebbe invece da esultare. La buonanima del Presidente Pertini sarebbe saltato in piedi dalla gioia, per la doppia vittoria ai mondiali del Garden Design. Il Presidente Napolitano è più compassato, ma spero che almeno Renzi abbia esultato per il trionfo di due designers, non solo Italiani, ma Toscani, al Chelsea Flower Show 2014.

NIENTE CAMPANILISMI
Quest’anno le medaglie d’oro erano solo sei. Meglio, perché lo sberluccichio di ori di edizioni passate ne aveva diminuito il valore. Di queste, una medaglia d’oro è andata al fiorentino Tommaso del Buono, che con il collega Paul Gazerwitz, ha vinto per il Daily Telegraph Garden. Oro, e Best in Show, al senese Luciano Giubbilei per Laurent-Perrier, alla sua terza presenza (e terza medaglia d’Oro) a Chelsea. Per una volta, fra Firenze e Siena c’era solo una sottile parete divisoria, e le due antiche rivali erano unite dalla posizione adiacente su Main Avenue, nella parte più prestigiosa di Chelsea, e dallo stesso fornitore e costruttore, Crocus. Sono poco campanilista ma sono particolarmente grata ai designers che hanno dimostrato nel contempo la grandezza del design italiano e la sua varietà: da un lato all’altro della parete erano due mondi diversi, entrambi eleganti, ma di linguaggi estetici differenti – non c’era traccia di stereotipo, non si sono rifugiati in uno stile prevedibilmente toscano, ma hanno dato una lezione di storia del giardino contemporaneo. Grazie.

DAILY TELEGRAPH, LUOGO DI FUGA
Nel giardino del Daily Telegraph, lo sponsor che ogni anno attira i più grandi nomi del design internazionale, Tommaso del Buono ha rivisto in chiave contemporanea l’archetipo del giardino Italiano: il peristilio Romano, che passando per chiostro medievale e hortus conclusus rinascimentale continua a incarnare l’idea dell’Eden contemporaneo. Attorno a un prato impeccabile, bordure miste ancorate da topiaria geometrica, cuscini di Phillyrea e bosso, una terrazza ombreggiata da tigli potati a tetto, echeggiata da un filare di tigli dall’altro lato, e dense siepi di alloro. La pietra del sentiero è travertino, che ricorre anche in una seduta e sul muro di fondo, dove incornicia la fontana di marmo verde, un travertino chiaro e caldo, e da tutto, complici anche giornate di sole che liberavano profumi di alloro e limone, irradiava serenità mediterranea, un ‘meriggiare pallido e assorto’.

Nelle intenzioni di Tommaso il giardino deve essere “un luogo di fuga, che porta via dalla vita di tutti i giorni” e nell’armonia del suo vorresti viverci. L’ho notato per ogni persona che raggiungendolo, tirava un sospiro di sollievo, spontaneamente. Era il senso di accoglienza di quel perfetto tappeto verde racchiuso dalla cornice di siepi e bordure, l’equilibrio fra compressione e decompressione. Nel giardino, nell’arte, è altrettanto importante quello che lasci fuori che quello che metti dentro. È nel gioco di spazi pieni e vuoti che il giardino esprime l’armonia, il respiro.

CONTEMPLATO DALL’ESTERNO
Oltre la siepe, Giubbilei esprime lo stesso concetto con linguaggio diverso, il suo equilibrio fra spazi positivi e negativi è chiaramente riassumibile con l’icona orientale del yin e yang – due forme che si compenentrano per un un equilibrio asimmetrico riposante ma dinamico. L’opposto della tradizione formale del giardino all’italiana, dove l’equilibrio è statico, simmetrico. Corre voce che fosse un pareggio fra i due, che la giuria ha risolto con frazioni di punteggio se non addirittura lanciando in aria la monetina, perché sono due giardini così diversi, ma entrambi esemplari, che ti innamori di tutti e due. Luciano ha visitato il Giappone, ha lavorato in passato con l’architetto giapponese Kengo Kuma, e si sente questa sua esperienza formativa. I riferimenti nel suo giardino per Laurent-Perrier sono più astratti e scultori che architettonici, a differenza della tradizione del giardino italiano. Quando lo intervisto mi descrive il suo giardino come “semplice, sono solo sei rettangoli in planimetria”. Nei sei rettangoli dai contorni ben definiti ci sono due grandi bordure di erbacee perenni, uno per una vasca che raccoglie e ridistribuisce l’acqua dei ruscelletti che percorrono e uniscono il giardino in piccole canalette di pietra – un inchino al giardino di tradizione islamica – e due Amalanchier piantati nel ghiaino. Uno condivide lo spazio con dei cuscini di carpino, l’altro con una scultura in legno dell’artista Ursula von Rydingsvard dal quale sembra partire una corrente di energia e serenità. Semplice, dice. Certo, ha la semplicità di un quadro Zen dove tutto sembra ovvio, quasi facile, ma leva solo un elemento e casca in squilibrio. Il giardino è tenuto insieme da una coerenza stilistica invisibile e forte come un filo da pesca. È sicuramente un giardino di contemplazione, cerebrale, perché non è evidente dove sedersi: nell’ultimo rettangolo, parzialmente pavimentato nella stessa pietra grigia che si esprime sulle pareti in grandi quadri, ci sono altri cuscini di carpino e delle sedute in pietra parzialmente levigata, scultoree ma più severe delle comode sedie in rete messe all’ombra nel giardino del vicino. Il giardino invita a essere contemplato dall’esterno, da ogni lato, per un alternarsi dei quadri creati dalle strutture degli Amalanchier, contorti tronchi nudi, contro il tappeto di perenni. 

COMBINAZIONI COLORATE
Questo giardino, fortemente ispirato all’opera della scultrice Ursula von Rydingsvard, mostra una tappa importante del percorso di crescita di Giubbilei, che, partito da esperienze più architettoniche – i suoi primi giardini sono quasi esclusivamente verdi, dove il colore è dato solo da pavimentazione, arredo o accessori – ha cominciato a introdurre il colore delle piante perenni sotto lo stimolo del Chelsea Flower Show, nel il suo primo giardino per Laurent-Perrier (2009). Così com’è riuscito a imparare armonia cromatica e di forme nel giardino di Great Dixter, famoso certo per piante perenni, ma anche per delle combinazioni e colori che stanno fra lo squillante e lo stridente, ha anche assimilato il linguaggio di forme giapponesi, ma con un dinamismo e verve architettonica che sono totalmente sue. Niente è ovvio o eclatante in questo giardino, men che mai la nazionalità dell’autore, perciò per quanto lo celebro per questa vittoria italiana, gli sono anche grata per non cedere in nessun modo alla pastiche, alla toscanità da esportazione. 

Allora, Renzi lo avrà fatto almeno un saltino di gioia a sentire di un successo italiano in un campo ‘verde’ che, per una volta tanto, non era dedicato al calcio?