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La serra del futuro è sull’acqua

L’agricoltura ha bisogno di due elementi: terra e acqua. Ma nei prossimi anni entrambi rischiano di esaurirsi. La maggior parte dei terreni favorevoli alla coltivazione è concentrata in zone ristrette del globo, mentre in tutte le altre aree geografiche (Medio Oriente, Africa del Nord, Asia del Sud) si stanno già raggiungendo i limiti di disponibilità di terra. Per la coltivazione, inoltre, è necessario il 70% dell’acqua dolce del pianeta, e molte nazioni si trovano a fronteggiare l’emergenza idrica, che viene risolta con i processi industriali di dissalazione e con l’estrazione di acqua dolce da riserve sotterranee. Entrambe le risposte, però, sono inadeguate: la prima, usata molto in Medio Oriente, è molto costosa in termini energetici; la seconda, presente in India, Pakistan e Spagna meridionale, sta consumando quelle riserve a un ritmo più veloce di quanto le precipitazioni atmosferiche possano restituire. Anche i cambiamenti climatici contribuiscono all’emergenza: l’innalzamento del livello del mare, per esempio, porta alla copertura di fasce di terra fertile con l’acqua salata, fenomeno che, per esempio, si sta verificando in modo preoccupante nel Golfo del Bengala.

Produrre senza consumare
Grazie al contributo della Fondazione Ente Cassa di Risparmio di Firenze e della Regione Toscana, ha preso il via un progetto multidisciplinare, coordinato dal professor Stefano Mancuso, direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale, e realizzato dagli architetti Antonio Girardi e Cristiana Favretto. L’idea è una serra agricola galleggiante che produce cibo senza consumare suolo, acqua dolce ed energia, per le comunità vulnerabili alla scarsità di acqua e di cibo. La struttura è costruita con tecnologie semplici e con materiali riciclati e a basso costo, assemblati con strutture semplici, facilmente realizzabili: in sostanza si tratta di un basamento di legno di circa 70 metri quadri che galleggia su dei fusti di plastica riciclati, e da una serra in vetro sorretta da una struttura in legno.

Fino a 150 litri d’acqua dolce al giorno
Lo scienziato ambientale Paolo Franceschetti ha sfruttato un processo esistente in natura, la distillazione solare: l’energia del sole fa evaporare l’acqua, che poi ricade come pioggia. Il dissalatore solare replica il fenomeno in piccola scala: risucchia l’aria umida e la fa condensare in fusti di plastica, grazie al contatto con la superficie fredda del mare. In questo modo è in grado di produrre fino a 150 litri di acqua dolce al giorno, pulita e pronta all’uso, da acqua salata, salmastra o inquinata. L’energia necessaria a fa funzionare le ventole e le pompe è fornita da sistemi per le energie rinnovabili, integrati nella struttura. L’acqua prodotta viene fornita alle piante attraverso un sistema di coltivazione idroponica, che permette a sua volta un risparmio di acqua del 70% rispetto all’agricoltura tradizionale. Il complesso funzionamento del sistema è garantito da un impianto di automazione con monitoraggio e controllo remoto.

Le serre del futuro saranno galleggianti
Jellyfish Barge, cioè “chiatta a forma di medusa”: questo il nome scelto per il progetto. Il prototipo è stato inaugurato il 31 ottobre nel canale Navicelli, fra Pisa e Livorno, ed è pensato per sopperire al fabbisogno di due nuclei familiari. La particolare struttura ottagonale è progettata perché sia possibile l’assemblaggio di più moduli, in modo da arrivare al sostegno di intere comunità. Il collegamento viene effettuato tramite basamenti galleggianti di forma quadrata, che possono diventare luoghi di incontro e di scambio per queste nuove comunità sull’acqua. In attesa dei finanziamenti necessari per entrare sul mercato, il prototipo è stato prodotto da Pnat, società spin-off dell’Università di Firenze, sta ottenendo i risultati sperati e verrà presentato in occasione di Expo 2015.